#wallet

PARTE 1 di 3

Abbiamo detto che nei wallet (il cui indirizzo corrisponde alla chiave privata crittografata visibile a tutti) “risiedono” una o più chiavi private che sono necessarie a rivendicare la titolarità dei propri bitcoin e ad operare su di essa (per trasferirli ad esempio).

L’ideatore originale Satoshi Nakamoto ha teorizzato e messo in pratica questo sistema, complesso e robusto allo stesso tempo, per far sì che il detentore della chiave privata avesse il potere assoluto su quanto vi fosse di sottostante. E nessun altro.

Ma le chiavi private sono “anonime” nel senso che non dichiarano mai a chi appartengono. O meglio, appartengono a chi le detiene in quell’istante. Cioè se si “smarrissero” le proprie chiavi private chiunque le trovasse le potrebbe usare come fossero proprie. Senza dimostrare nulla a nessuno. Ricordiamoci che il sistema è stato pensato per essere totalmente decentralizzato.

TU SEI LA TUA BANCA!

Il problema della chiave privata si presenta non appena vogliamo possedere la titolarità di bitcoin o frazioni di esso.

Negli anni, purtroppo e per fortuna, essendo questo argomento molto ostico ai più sono nate molte società che offrono una interfaccia amichevole per “l’acquisto” di bitcoin versando fiat (le monete a corso legale).

Questo però porta una sottovalutazione di fondamentale importanza. Queste società non forniscono mai una chiave privata. In pratica operano come le banche con le azioni. Sono loro che agiscono per tuo conto e sono loro che detengono, in fine, tutta la documentazione.

Chi usa gli exchange come Coinbase, o Bitpanda o simili deve “fidarsi” di loro e della loro professionalità.

L’esatto opposto del principale motto del mondo crypto: DON’T TRUST, VERIFY!

Negli anni, inoltre, diversi exchange sono stati hackerati con conseguente storno di chiavi private e prelievo di bitcoin a favore di altri indirizzi.

Il primo e più epico è stato, agli arbori di tutta la storia, Mt. GOX.

Tenete presente che dall’hack pubblicamente dichiarato del 2014 solo in questi giorni, gennaio 2021, si sta stilando da parte loro un primo elenco di persone che potrebbero essere ristorate del danno subito!

Viceversa il modo d’uso di questi exchange è diventato negli anni molto intuitivo e alcuni di loro, ad esempio Coinbase, oltre a dichiarare forti garanzie assicurative e tecnologiche in caso di hack stanno anche chiedendo di essere listati come IPO a Wall Street a conferma della loro solidità finanziaria e a salvaguardia di quanto depositato presso di loro (si ipotizza un controvalore di circa 30 miliardi di dollari).

#satoshi

L’ingegneria che sta dietro alla blockchain Bitcoin ha riflessi su molti campi dello scibile umano. Satoshi Nakamoto tra gli altri aspetti ha valutato anche quello prettamente economico fino a spingersi in quello dell’ingegneria delle monete.

Già perché le monete, sin dalla loro nascita, vengono “studiate” a tavolino.

Anche quando si trattò di coniare l’aureo romano e o il solido da parte di Costatino passando per il fiorino di Firenze, ecc, In ognuno di questi esempi fu calcolato e pesato l’esatta dimensione e l’esatto peso.

In Bitcoin, non potendo ovviamente ragionare di metalli e di dimensioni si è concentrato tutto sulla sua “divisibilità” (passatemi questo termine).

Se ci fate caso ogni moneta che conoscete, quando la rappresentate graficamente – cioè quando la scrivete – ha al massimo due cifre decimali.

Questo comporta che nella realtà quella moneta, Euro, dollaro, ecc conta fino a 99 centesimi per arrivare alla sua prima unità fondativa.

È per questo che si coniano le piccole monete come il centesimo, i due, i cinque, i dieci, i venti, e i cinquanta centesimi (*). Con la loro combinazione si ottiene ogni cifra che va da 0,01 fino a 0,99 euro. O dollari.

Veniamo quindi al bitcoin. Esso si scrive in questo modo: 1,00000000. Ben 8 decimali dopo lo zero.

L’ultimo, scritto quindi in questo modo 0,00000001 si chiama satoshi (con la s minuscola).

Questo significa che la divisibilità del bitcoin ha una capacità maggiore delle altre monete.

In “soldoni” il bitcoin è stato disegnato per non avere una parità uno ad uno con il dollaro o l’euro. E questo lo sta già dimostrando, da tempo.

Domanda: che valore può raggiungere 1 bitcoin se 1 satoshi valesse 1 centesimo di dollaro? E se valesse 1 centesimo di euro? E quest’ultimo valore quanto farebbe in dollari?

Vi assicuro che la risposta vi sbalordirà? 😉

(*caso a parte faceva la lira che non aveva più i centesimi visto che erano stati erosi dalla perdita di potere della nostra moneta. E quindi anche il nostro.)

HODL! L’unica regola (*)

(*) Secondo me 😉 ma mica vele per tutti

Quando ci si imbatte in un mercato come quello delle crypto bisogna tener conto che ci si sta confrontando con un mercato molto acerbo e che come tale ha poca “storia”.

Molti altri mercati, come ad esempio quelli delle ipo delle .com (dot com) di inizio secolo presentavano le stesse condizioni di alta volatilità.

Bitcoin offre uno spunto in più. Bisogna sempre tenere conto del fatto che la distribuzione totale di bitcoin è fissa sin dal primo giorno in cui la blockchain si è avviata. Poi dovremmo dare un’occhiata anche alla sua particolare frazionabilità ma questo è un altro argomento.

Dato il mercato ancora molto ristretto ed il fatto che vi siano i primi iniziali avventori che hanno accumulato un grosso numero di bitcoin tali da influire notevolmente sul prezzo sembra molto sconsigliabile considerare il bitcoin come un mercato dove si possa “agilmente” guadagnare con il trading.

Purtroppo, e lo dico con condizione di causa – credetemi – mantenere una posizione nel tempo ed anzi crearla con un piano di accumulo (tipo PAC od altro) sembra portare più benefici che entrare ed uscire molte volte dal mercato.

Poche volte si riesce a far bene i conti e molte volte non si considera il fatto che gli exchange offrono/permettono una entrata ad un prezzo leggermente maggiore di quello che si trova in qul momento sul loro stesso mercato mentre quando si vende il prezzo di realizzo è sempre al di sotto della quotazione. A questo si aggiunge il costo vero e proprio che per “contratto” vi impone l’exchange che avrete scelto. D’altronde questo è il loro modo di guadagnare.

Sembra quindi che meno movimenti si compiono e più è facile mantenere la posizione acquisita.

Bisogna guardare in una ottica di “investimento” di almeno 12/18 mesi.

Dotarsi di nervi molto saldi, aiuta 😉

ATTENZIONE: QUANTO SCRITTO HA SCOPO PURAMENTE INFORMATIVO E NON COSTITUISCE INVITO ALL’INVESTIMENTO.

LE CRIPTOVALUTE IN GENERE, ED I SERVIZI AD ESSE COLLEGATE, SONO PER DEFINIZIONE “INVESTIMENTI AD ALTO RISCHIO” CON PERICOLO DI PERDITA TOTALE DEL CAPITALE.

SE DECIDETE DI INVESTIRE IN QUESTO SETTORE LO FATE A VOSTRO RISCHIO E PERICOLO.

HODL!

Oggi parliamo di un argomento più “leggero” ma di fondamentale importanza.

Nel mondo finanziario ci sono alcune parole chiavi, solitamente in inglese, che assomigliano a veri e propri comandi di comportamento. Buy e Sell non hanno bisogno di essere tradotti e non metterli in azione nell’immediato comporta perdere, a volte, una buona occasione.

Uno dei comandi più caratteristici è “Hold”. Il termine sta a significare il mantenimento di una posizione acquisita, anche ad oltranza, e resistere alle avversità delle oscillazioni dei prezzi.

Quando ci si imbatte in questo comando in ambito bitcoin però la parola cambia e diventa: HODL!

L’imperativo comando non trova però alcuna traduzione. Come mai?

Spesso l’oscillazione del prezzo del bitcoin è al di fuori delle normali oscillazioni che storicamente oramai si trovano nelle borse regolamentate. In più, a differenza appunto di quelle regolamentate, non c’è nessuno che ne possa fermare la contrattazione, casomai per eccesso di ribasso. Qui non ci sono limiti!

Quindi mentre l’aumento molto spesso è graduale ma molte volte progressivo e sembra quasi scontato, quando invece il trend è ribassista le cose cambiano e le perdite vengo più acutamente percepite.

Anche perché può capitare di vedere un -30% anche in pochi minuti.

Si narra, allora, che all’inizio, quando i posti di contrattazione erano pochi e relativamente pochi anche i posti dove in chat se ne poteva parlare un particolare utente, che ammise tempo dopo di essere un po’ brillo, iniziò a scrivere a caratteri cubitali e ripetutamente fino allo sfinimento la parola HODL! (sbagliando da HOLD).

Intendeva che avrebbe tenuto la posizione nonostante tutto intorno sembrava crollasse fino a zero!

Tutto ciò divenne il più famoso meme ma anche la regola fondamentale sui bitcoin.

Domani vi spiegherò il perché. Secondo me 😉

No, neanche questa rappresentazione di un wallet è giusta

Nel mondo crypto molte parole di uso comune sono state utilizzate per una più facile comprensione del loro funzionamento ma mai come con la parola wallet (portafoglio) si sono create delle forti incomprensioni.

Nell’uso comune il “portafogli” è appunto quell’accessorio che dall’antichità serviva a custodire i “fogli di banco” o “note di banco” già da tempo note come banconote.

Da qui in molti credono che i bitcoin siano custoditi nei wallet.

Diciamo innanzitutto che ogni wallet viene rappresentato con un “indirizzo” e che quest’ultimo è la chiave pubblica visibile a tutti.

Abbiamo già detto, infatti, che i bitcoin sono totalmente digitali, a questo aggiungiamo un’altra caratteristica. Di loro si tiene solamente conto nella lunghissima blockchain Bitcoin.

Più precisamente nel ledger distribuito a tutto il network – che potremo tradurre con libro mastro distribuito – sin dall’inizio vi è scritto a quale “indirizzo” sono stati nominalmente assegnati i primi 50 bitcoin di ricompensa per aver minato il primo blocco (*).

Successivamente quando il titolare di ognuno di questi bitcoin, o anche una loro frazione, decidesse di trasferirne la titolarità ad un altro dovrebbe semplicemente indicare quale indirizzo è titolare della nuova quantità di bitcoin.

A quel punto le copie digitali del ledger distribuito registrano, tutte, che – ad esempio – l’indirizzo A che era titolare di 50 bitcoin ha trasferito la titolarità di 10 bitcoin all’indirizzo B e che di conseguenza ora ha la titolarità totale di 40 BTC (acronimo di bitcoin).

Ma cosa c’è allora dentro ai wallet? La chiave privata che presiede alla titolarità del relativo conto in bitcoin essendo essa l’unica che può “comandare” la chiave pubblica rappresentata come indirizzo del wallet.

Perdere la chiave privata significa perdere irrimediabilmente la titolarità di tutti i bitcoin.

Permettere a chiunque di “gestire” la propria chiave privata implica che questo qualcuno diventi temporaneamente il titolare del wallet e ne può trasferire la titolarità a se presso un qualsiasi altro indirizzo. Lasciando il “conto” a zero!

TU SEI LA TUA BANCA!

(*) Si hanno ragionevoli certezze che il primo, e per diverso tempo anche unico, validatore di blocchi sia stato lo stesso Satoshi Nakamoto. Questi bitcoin, distribuiti in molti indirizzi, non hanno cambiato titolarità quindi da quando Nakamoto si è dileguato nel nulla ossia pochi mesi dopo essere apparso, solo sulla rete, nell’ottobre del 2008. Si calcola che la titolarità totale sia di oltre 1.000.000 (UN MILIONE) di BTC! Ricordo che il totale dei bitcoin è e sarà pari a soli 21 milioni di BTC.

Chi decide il prezzo del bitcoin?

Questa è la seconda domanda che mi fanno più spesso. La risposta è semplice: domanda e offerta!

All’inizio il valore era orientato sul costo della corrente elettrica che serviva per minare i blocchi contenenti le transazioni.

Poi, il 22 maggio del 2010(*), Laszlo Hanyecz, valido sviluppatore, comperò, da una nota catena di pizze da asporto americana per la modica cifra di 10.000 bitcoin – oltre alla fee per la transazione – due pizze dal valore totale di 30 dollari.

Fu quella la prima “quotazione ufficiale” dovuta dall’incontro di un bene virtuale con quello reale.

Dopo poco apparvero sulla rete siti che permettevano lo scambio (exchange) fra monete “fiat”, quelle governative, e bitcoin

 È in questi siti, che si sono notevolmente evoluti, che si incontrano oggigiorno domanda e offerta e si “forma” il prezzo.

(*) Da quel giorno si festeggia ogni anno il Bitcoin Pizza Day 😉

Ceci n’est pas un bitcoin

Quando si parla di bitcoin in molti hanno le idee confuse su cosa sia un bitcoin e soprattutto come è fatto.

Ecco il bitcoin NON è fatto come l’immagine che tutti usano.

Il bitcoin in realtà non ha una forma perché non è fisico. Il bitcoin è totalmente digitale e quindi composto da 0 e 1, il linguaggio binario dei computer. Non spaventatevi, anche quello che state leggendo è una sequenza di 0 e 1. Solo che si è deciso di rappresentarlo in forme, colori e testo. Anche voi non siete fatti così come apparite. Siete fatti di atomi. Non c’è nulla di preoccupante se vi dicono che siete fatti di atomi. Avete studiato a scuola che è vero. Ma solo un centinaio di anni fa se lo avreste detto in pubblico vi avrebbero deriso oppure preso per pazzo.

Ecco il bitcoin è solamente digitale e non fisico. Bisogna solo capire meglio come è fatto e tutto vi sarà chiaro. 🙂

Buon compleanno bitcoin

Il 3 gennaio 2009 per la prima volta è stata avviata la blockchain Bitcoin (con la B maiuscola) ed è stato minato il primo blocco (il blocco “genesi”) e la relativa ricompensa di 50 bitcoin. Ricompensa che fu certamente minata dallo stesso (anonimo) creatore Satoshi Nakamoto (questo l’indirizzo del blocco https://www.blockchain.com/btc/block/1)

Da allora (*), ogni 10 minuti circa, un nuovo blocco contente le transazioni degli utenti viene aggiunto alla catena di blocchi, e non c’è mai stata alcuna interruzione. Mai. La decentralizzazione è tale che in pratica è impossibile fermarla o cancellarla. Essendo inoltre open source chiunque e senza alcuna autorizzazione può scaricarsi l’intera blockchain Bitcoin e mantenerne l’aggiornamento.

(* in realtà il primo blocco dopo il Genesi è stato minato 6 giorni dopo https://www.blockchain.com/btc/block/00000000839a8e6886ab5951d76f411475428afc90947ee320161bbf18eb6048 )