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Abbiamo detto che nei wallet (il cui indirizzo corrisponde alla chiave privata crittografata visibile a tutti) “risiedono” una o più chiavi private che sono necessarie a rivendicare la titolarità dei propri bitcoin e ad operare su di essa (per trasferirli ad esempio).

L’ideatore originale Satoshi Nakamoto ha teorizzato e messo in pratica questo sistema, complesso e robusto allo stesso tempo, per far sì che il detentore della chiave privata avesse il potere assoluto su quanto vi fosse di sottostante. E nessun altro.

Ma le chiavi private sono “anonime” nel senso che non dichiarano mai a chi appartengono. O meglio, appartengono a chi le detiene in quell’istante. Cioè se si “smarrissero” le proprie chiavi private chiunque le trovasse le potrebbe usare come fossero proprie. Senza dimostrare nulla a nessuno. Ricordiamoci che il sistema è stato pensato per essere totalmente decentralizzato.

TU SEI LA TUA BANCA!

Il problema della chiave privata si presenta non appena vogliamo possedere la titolarità di bitcoin o frazioni di esso.

Negli anni, purtroppo e per fortuna, essendo questo argomento molto ostico ai più sono nate molte società che offrono una interfaccia amichevole per “l’acquisto” di bitcoin versando fiat (le monete a corso legale).

Questo però porta una sottovalutazione di fondamentale importanza. Queste società non forniscono mai una chiave privata. In pratica operano come le banche con le azioni. Sono loro che agiscono per tuo conto e sono loro che detengono, in fine, tutta la documentazione.

Chi usa gli exchange come Coinbase, o Bitpanda o simili deve “fidarsi” di loro e della loro professionalità.

L’esatto opposto del principale motto del mondo crypto: DON’T TRUST, VERIFY!

Negli anni, inoltre, diversi exchange sono stati hackerati con conseguente storno di chiavi private e prelievo di bitcoin a favore di altri indirizzi.

Il primo e più epico è stato, agli arbori di tutta la storia, Mt. GOX.

Tenete presente che dall’hack pubblicamente dichiarato del 2014 solo in questi giorni, gennaio 2021, si sta stilando da parte loro un primo elenco di persone che potrebbero essere ristorate del danno subito!

Viceversa il modo d’uso di questi exchange è diventato negli anni molto intuitivo e alcuni di loro, ad esempio Coinbase, oltre a dichiarare forti garanzie assicurative e tecnologiche in caso di hack stanno anche chiedendo di essere listati come IPO a Wall Street a conferma della loro solidità finanziaria e a salvaguardia di quanto depositato presso di loro (si ipotizza un controvalore di circa 30 miliardi di dollari).